Guardavo un film sul due, qualche sera fa.
Parlava di un pubblicitario incazzato che incontra Charline Theron.
E’ solo un film, mi sono detto. Si.
Poi mi sono addormentato e chissà, il resto l’avrò sognato.
Quando ho riaperto gli occhi ero in treno, tornavo a Bologna. Il treno ha avuto un guasto qualche chilometro prima della mia fermata. Così, rimasto inscatolato per qualche minuto, ho ripensato e raccolto quei cocci che mi stavo portando in tasca dall’Abruzzo. Ricordi, ecco cosa, questi sono i cocci.
Richiudo gli occhi.
Li riapro in piazza Plebiscito, qualche sera prima.
Quando ero sceso giù. La piazza era piena di gente, sarà per Pasqua, sarà per il Terremoto. Sarà per ovvie ragioni. Ho parlato con degli amici, con della gente. Tutti indaffarati. Tutti. I disastri sono uno strano collante: per quanto facciano a pezzi case, incollano un popolo di più come effetto collaterale.
Riapro ancora gli occhi.
Sono davanti alla chiesa di Santa Chiara, sempre a Lanciano. Chiedo cosa serve, cosa posso fare, comprare. Sapevo che c’era un gran intasamento, non era il caso di aggravarlo e portare roba inutile.
Bè, parliamoci chiaro, parliamo della dispersione. Se a un popolo intero dai un pane, ci sarà una briciola a testa.
Se dai un pane ad una famiglia sola, la sfami.
E se ognuno da un pane ad una famiglia, sfami diverse famiglie. Se ognuno sa di essere l’ago della bilancia, il mondo può pesare anche dal lato buono. Un pò com’è accaduto nel terremoto del Friuli, se non sbaglio.
Comunque, i più pratici erano al lavoro da tempo. I poveri coglioni come me, abituati a scrivere, disegnare, parlare, in quel momento erano senza parole.
"Serve latte. Scatolame. Intimo, mutande calzini. E dei pastelli per i bambini. E’ bene farli disegnare".
La cosa mi ha procurato una ulteriore crepa al cuore, come se fosse crollato un asilo in quello strano paese che conservo dentro una boccia di vetro, nel ventre, e che riguardo spesso.
Sono andato a fare la spesa, con dei soldi bolognesi e miei, riempio il carrello. Non stavo più facendo i conti, prendevo la roba e mi dicevo "fanculo, qualche sigaretta di meno questo mese, su" e buttavo barattoli nel carrello, "fanculo questo è più giusto. I bambini. I bambini devono disegnare, anche loro. E due scatole di latte, due ne prendiamo, si che servono. E le mutande e quella roba".
Pensavo al fango, non so perchè, immaginavo il fango.
I bambini devono disegnare anche loro. Non l’ho scritto prima, per paura che a Povia venisse uno strano schiribizzo di ripartecipare a San Remo.
Porto tutto a Santa Chiara. Mi faccio un giro dentro. Trovo degli amici impegnati, stavano smistando roba in arrivo, davano vestiti a sfollati presenti. Sorridevano, gli amici, si facevano forza tra di loro.
Facevano forza a chi ha perso tutto, dando tutto.
L’umanità è una casa. Quando ti viene negata crepi di freddo fuori, da solo. Quando ti viene data, è il tuo rifugio dove vuoi tornare. O per ricostruire. Così ho visto queste persone che a modo loro erano una casa, e sono fiero di loro.
Ricordo un pranzo veloce con mio padre e mio fratello, i racconti di mia madre sul terremoto, le passeggiate, chi voleva andare a dormire in macchina.
E ricordo la pasquetta. Quello sguardo di quella signora. Ella sorrideva e cercava un sorriso. E io glielo davo come se le stessi passando un bicchiere di rum da buttare giù. Rideva. Canti popolari, la gente suonava, ballava.
Gente si era alzata presto la mattina per cucinare.
Fiero di loro. Di loro.
Torno a Bologna.
I mie colleghi mi chiedono.
"Si, il nostro popolo è così"
Come l’ha definito il mio amico Paolo, mi perdoni se riporto questa parte di mail personale:
"In giro per il mondo di queste catastrofi ce ne sono state tante… ma ora e` toccato a noi. Ed ora tocca a noi reagire e lo stiamo facendo.
Grandi pastori abruzzesi… bianchi – forti e coraggiosi. Tocca tornare alle origini… non siamo adatti alla borghesia noi….
Tocca tornare alle origini e la terra ha dato il primo richiamo"
Torno a Bologna con una consapevolezza. Che i capricci da viziati sono il frignare di un bambino che vuole solo soffocare il più rumorosamente possibile.
Il frignare di un vero bambino è l’esatto opposto; urla per toccar la luce.
Che la parte buona della vita è un’altra.
Che l’egoismo è il modo migliore per sparire dalla terra.
Che queste persone che ho visto sono degli eroi sbucati dal cuore.
Che il mio popolo è forte e coraggioso.
Che io scriverò di voi.
Perchè ora le parole le ho trovate. Parole come "le cose importanti della vita", "l’umanità", "l’amore".
"L’Abruzzo".
"La vita".
E quello che ho scritto, per quanto poco utile in senso pratico a queste persone bisognose e a queste persone che hanno aiutato, sono ciò che dirò in giro, ovunque. Parlerò degli amici, dei conoscenti, di mia madre, di quegli occhi. Ogni qualvolta qualcuno non mi saprà ancora dire dove si trova l’Abruzzo.
Nel centro, nel centro del petto.






