Ormai probabilmente avrete sentito parlare di questo album uscito con la Acid Cobra Records, Deambula Records e I Dischi del Minollo.
Prodotto da Amaury Cambuzat degli Ulan Bator penso sia uno dei migliori dischi che ho sentito nell’ultimo anno e mezzo.
Io e i The Marigold, oltre a conoscerci personalmente, abbiamo già collaborato per il loro precedente Erotomania di cui ho curato la grafica. Continuo a pensare che quella copertina se stampata su un 33 giri avrebbe reso molto molto di più. Un’altra chicca da rivelare è una canzone chiamata The Cluster composta dal cantante, Marco Campitelli, in cui suono una chitarra e partecipo come backing vocal: è la song che uso nel filmato delle presentazioni di NUMBers e che in genere scatena il ballo in pubblico. Tutt’ora rimasta inedita.
Circa un anno fa Marco mi ha ricontattato per farmi ascoltare come procedevano i lavori del nuovo album e sopratutto per propormi di curarne la grafica. Quando ho ascoltato i pezzi sono rimasto spiazzato e intimorito: spiazzato perchè è un album molto diverso dal precedente – è più spirituale e meditativo - e intimorito perchè sentivo di trovarmi di fronte a qualcosa di importante: c’era una responsabilità grande: dare l’immagine a un grande album.
Ascoltandolo mi veniva in mente il bianco, il freddo, la neve. E un’innalzamento direi spirituale: alberi che si protendono dalla neve in terra verso il cielo. Sono partito da uno scatto che feci a Mantova mesi prima.
Tuttavia, anche rendendolo in bianco e nero, la foto non rendeva. L’album aveva un che di graffiante.
Era un freddo che faceva male. Che scavava. Che lasciava un segno. Inconscio, fa freddo dentro.
Se una foto non riusciva ad esprimere l’inconscio di un ascoltatore, forse conviene far disegnare o scrivere quest’ultimo.
Presi pennello e acrilico e iniziai a dipingere degli alberi neri che emergevano dal bianco foglio, bianco neve.
Le inviai a Marco, anche se non ero ancora convinto. Bè, neanche lui. In effetti mancava qualcosa, a parte il font un pò “fighetto”. Riguardandole adesso, penso che queste bozze sarebbero stare buone per degli eventuali singoli tratti dall’album.
Lasciai il lavoro in sospeso per un pò: iniziavo ad averne timore.
Una domenica mattina decisi di riaffrontarlo; di fronte alla mia camera c’è un bosco, la finestra ridà sugli alberi.
Misi su il cd, lo riascoltavo. La foto non riusciva nell’intento. Il pennello era troppo morbido per rappresentare quel suono. Come disegnare questi alberi graffianti in un freddo secco? Col taglierino! Presi un cartoncino e mentre ascoltavo il cd mi esaltavo: iniziai a tranciarlo con il taglierino, credetemi, come un maniaco.
A volte pensavo ad una puntata di Muciaccia ma per adulti.
Fu la prima volta che disegnai con un taglierino e mi accorsi che rendeva come nessun altro strumento poteva fare in quel caso. Giacchè mi trovavo, presi il foglietto dove mi ero appuntato i titoli e creai un lettering fatto apposta per l’album, sempre con il taglierino:
Da quel punto si può dire che iniziò la lavorazione finale dell’album.
Riutilizzai tutto, compreso le vecchie pennelate, per gli interni. 
Un’idea che mi balenò in testa per il front cover era quella di inserire un albero disegnato con il pennello, dunque più morbido, tra gli alberi disegnati con il taglierino: avrebbe rappresentato una diversità di sensibilità. L’effetto visivo però non mi piaceva così lasciai perdere. E siamo arrivati alla copertina attuale







